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Riflessione della Vescova Primate su Lc - 5,17-25

La paralisi dell'anima e il senso di colpa - Vangelo secondo Luca (5,17-25)

Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio.

Vengo a te, Signore, in quest'ora così tarda, con un po' di stanchezza ma con gioia. Non voglio mancare di nutrire anche i miei sogni con la tua Parola.

Signore, stasera stai parlando al mio cuore con queste parole, attraverso il dono di due insegnamenti: la prima lezione tocca il mio essere di Cristo come credente e battezzata e l'altro ha a che fare con il mio essere episcopa della Chiesa di Dio.

In effetti, i due insegnamenti non sono così sganciati l' uno dall'altro ma c'è un surplus che ê stato riservato a noi che abbiamo ricevuto una maggiore responsabilità nei confronti del popolo di Dio e di cui dobbiamo rendere conto quando saremo chiamati e chiamate in giudizio.

Signore Gesù, con una sola parola avresti potuto ugualmente guarire l'uomo paralitico e congedarlo con un cenno, a distanza magari .

Invece, inizialmente ti sei limitato a dichiarare all'uomo che egli era libero dal peccato, libero dalle tenebre che lo avvolgevano nel cuore e dalla amarezza che, forse, faceva sì che i suoi arti fossero inerti. Il perdono offerto come parte integrante della guarigione.

Hai voluto, probabilmente, insegnarci che la radice di ogni paralisi dell'anima e del corpo è, spesso, il peccato e, a seguire, il senso di colpa.

Una colpa che, forse, può essere nascosta anche a noi stessi per vergogna, per paura, a causa della nostra fragilità e del desiderio di ottenere accettazione e approvazione sociale.

Non riusciamo ad essere noi stessi/e magari perché non rispondiamo agli standard stereotipati e ridicoli che il mainstream ci impone: allora pensiamo di non valere niente e gettiamo il nostro cuore dilaniato alle ortiche piuttosto che curarlo.

«Ti sono perdonati i tuoi peccati»: equivale a dire che puoi ricominciare di nuovo e poi muoverti, agire e gioire senza "quel" peso. Che puoi prendere il letto a cui la paralisi ti ha inchiodato e portarlo a spasso come trofeo e testimonianza che in Cristo siamo più che vincitori.

Ho pensato al compito della Chiesa meditando sui due uomini intenti a scoperchiare il tetto e calare il paralitico perché potesse stare al cospetto del Signore Gesù.

Il testo insiste nel sottolineare che volevano che l'uomo fosse proprio davanti a Gesù. Eppure Gesù ha guarito anche a distanza, come per il servo del centurione. Ma per la paralisi dell'anima, perché il Signore spalmi il suo balsamo d'amore sulle ferite che ci paralizzano, occorre essere al suo cospetto.

Chi sono gli uomini incaricati poiché il paralitico non sarebbe riuscito da solo ad andare a Cristo?

Siamo noi ministri e ministre anzitutto e poi il popolo Santo che Dio ha messo a parte per sé, popolo di re, sacerdoti e profeti per irradiare d'amore e dignità il mondo intero.

Noi ci siamo perché ognuno possa fare il suo incontro con il Signore e vivere con Lui e in Lui per sempre: questo è il senso della nostra missione e della nostra vocazione. È proprio quella di sfondare le calotte del cielo con la nostra intercessione, instillare nel mondo il desiderio di stare al cospetto dell'Eterno attraverso la nostra predicazione, fare in modo che il mondo (ri) conosca e si innamori di Gesù per la nostra testimonianza entusiasta e coraggiosa.

Si, siamo chiamati ad essere come quei barellieri o portantinj che espongono la paralisi dell'umanità dinanzi al cuore di Dio.

Ci doni il Signore braccia forti e fede tenace per vincere e guarire in noi ogni "paralisi" e morbo dell'anima e del corpo.


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