top of page

DIO PRECEDE E PROCEDE

(Letture: Is 62, 10 – 63, 3b; Sal 71/72; Fil 4, 4-9; Lc 1, 26-38a - anno A - Domenica dell’Incarnazione - VI di Avvento ambrosiano)

Il Salvatore non si limita a salvare. Non mette a posto una situazione precaria, la precede.

Isaia lo vede venire da Edom e da Bosra: nomi duri, terre di confine, luoghi sospetti. Terre rosse di sangue. Edom è Esaù, il fratello che ha fallito, il primogenito stolto. È la genealogia sbagliata, la storia che non doveva portare frutto.

Eppure Dio arriva proprio da lì.

Il Messia non nasce dal centro rassicurante, ma dalle periferie della storia, dai luoghi che noi avremmo escluso. Anche lì, in quelle radici imperfette, Dio trova casa. Perché nulla gli è impossibile, e questa è la notizia che l’Avvento ci consegna ogni anno: Dio non aspetta che la nostra storia sia pura, lineare, coerente. Entra dove la storia è ferita.

Il nostro Dio non viene dopo, come riparatore di emergenze; viene prima, come colui che apre la strada. Non aggiusta: inaugura. Non corregge: assume.

Se Dio precede tutto, allora l’angoscia non ha più l’ultima parola.

Paolo ci dice: “Rallegratevi sempre… Non angustiatevi per nulla.”

Parole che sembrano quasi impossibili. Eppure Paolo non è ingenuo. Non ci sta dicendo che le difficoltà non esistono, che il peccato sia un’illusione, che la fragilità sia una finzione.

Ci sta dicendo qualcosa di più profondo.

Quel “nulla” non è il vuoto dell’inesistenza; è il vuoto del potere. Le nostre debolezze esistono, ma non regnano più. I nostri peccati esistono, ma non sono più muri definitivi. Non sono più l’ultima parola sulla nostra vita.

L’Avvento ci educa a questo sguardo: ciò che ci angustia non sparisce, ma perde peso davanti a un Dio che ha già attraversato tutto ciò che noi temiamo. La pace di Dio – dice Paolo – non nasce dall’assenza di conflitti, ma dalla presenza dell'Emmanuele, il Dio-con-noi.

Per questo possiamo rallegrarci. Non perché siamo forti, ma perché Dio è già venuto verso di noi.

Maria è la figura dell’Avvento per eccellenza.

Non perché capisca tutto, ma perché si fida.

Il miracolo che avviene in lei non è soltanto la maternità verginale. È il miracolo di una libertà consegnata interamente. Il suo sì non è astratto, spirituale, protetto. È un sì che mette in gioco il corpo, la reputazione, la vita.

Promessa sposa, Maria sa che non sarà creduta. Sa che la Legge può condannarla. Sa che non ha prove da esibire, parole per difendersi. La sua concezione immacolata non la preserva dal rischio umano del sospetto e della solitudine.

Eppure va avanti.

I suoi dubbi non la paralizzano; la rendono capace di relazione. Le sue domande non sono resistenze, ma spazio aperto. Maria non comprende tutto, ma si lascia comprendere da Dio.

Come il Messia che viene da Edom, Maria cammina nella notte della fede. La forza non le viene dalla certezza, ma dalla fiducia. E, in questo, Maria ci precede tutti.

Incarnarsi significa, pertanto, entrare in una storia.

Non in una storia ideale, ma in quella reale. Quella di Israele, fatta di fedeltà e tradimenti. Quella dell’umanità, fatta di grandezze e cadute.

Davide è uomo del suo tempo, peccatore come noi, e proprio da lui nasce un regno che non avrà fine. Questo è il cuore dell’Avvento: Dio non affronta il male filosoficamente né ci detta un codice di comportamento. L'unico "codice" lo indica Paolo, e codice non è: siate lieti. Dio non viene a chiudere la nostra storia, ma a compiervi dentro qualcosa di nuovo. Ci dona la sua forza proprio là dove noi sentiamo la nostra insufficienza.

Come dice Agostino, con parole che l’Avvento rende sempre attuali: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio.

E così, mentre attendiamo, scopriamo che l’attesa non è vuota: Dio è già in cammino verso di noi.

  • Facebook
  • Instagram
  • Youtube

©2021 - INCLUSIVE ANGLICAN EPISCOPAL CHURCH - Webmaster Manlio Carbone

bottom of page