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AVVENTO, INIZIO E FINE

Prepariamoci ad accogliere e vivere questo tempo di Avvento con la meditazione della nostra teologa e lay-minister, Fiorella.

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L’anno liturgico si apre sulla prospettiva della fine, o meglio, su quella del fine verso cui siamo orientati.

Il tempo dell’avvento dura soltanto quattro settimane (sei nella liturgia ambrosiana), ma il suo dinamismo anima lo slancio di tutti coloro che camminano verso il compimento delle promesse, verso l’incontro col Figlio dell’Uomo.

Questo è il tempo dell’attesa in cui ci prepariamo ad accogliere la venuta di Gesù Cristo; la Chiesa attende la venuta del suo Signore a nome di tutta l’umanità ed esclama: “Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20).

Anche il Padre attende… Dopo aver donato tutto nel suo Figlio, attende l’amore dell’umanità: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Ap 3,20).

Ricordiamo brevemente le tre venute di Gesù:

La prima è quella storica che celebriamo ogni anno nella Solennità del Natale, il mistero dell’Incarnazione: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

La seconda venuta è nel tempo presente, quella che ogni giorno si rinnova allo spezzare del pane e della parola “perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20);

La terza è la venuta di Gesù Cristo nella gloria: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria” (Lc 21,27).

Questa viene comunemente definita come “l’Avvento escatologico”, la venuta di Gesù Cristo nell’ultimo giorno, l’eschaton, che segna la fine dei tempi con la resurrezione. Si legge nel libro del profeta Daniele: quelli che si risveglieranno alla vita eterna “risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre” (Cfr. Dn 12,1-3). Chi nella vita, attraverso il bene fatto sarà diventato luce, si sentirà irresistibilmente attratto dalla luminosità della luce divina, vi s’immergerà, la luce lo trasformerà, dilatando il suo essere e spingendolo verso dimensioni infinite.

Per noi questa fine ha inizio già in questo mondo; infatti, per noi l’eschaton è nel tempo presente, poiché noi siamo discepoli di Gesù Cristo e il Regno di Dio è già presente in mezzo a noi. Per il discepolo di Gesù ogni giorno è l’ultimo giorno, quello decisivo, l’eschaton, ove tutto si compie e si consegna nelle mani di Gesù Cristo, che ricapitola in Sé tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.

Gesù Cristo, il Figlio di Dio, viene a comunicarci la vita che egli stesso possiede: la vita divina.

Nei Vangeli si usano due termini per indicare la vita: bios, cioè la vita biologica, che ha un inizio e una fine. Ma in questa vita ce n’è un’altra, che in greco è chiamata zoe, quella interiore e spirituale, che inizia e non ha mai termine, questa è la vera vita; essa scende su di noi come dono dello Spirito Santo, Consolatore e sostegno di tutti i credenti.

Per Gesù la Vita eterna non è la condizione che riceve chi si è comportato bene come premio dopo la morte, ma una qualità di vita a disposizione di quanti collaborano con lui alla trasformazione di questo mondo, attuando il progetto del Padre sull'umanità: la realizzazione del Regno. Gesù afferma: “Se uno osserva la mia parola non vedrà mai la morte” (Gv 8,51) e “Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,25).

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù segna il passaggio dal vecchio concetto di vita, morte e risurrezione, al nuovo concetto di una vita che contiene già in sé tutte le potenzialità della resurrezione. Il Signore non è venuto ad alterare il ciclo normale della vita eliminando la morte biologica, ma ha dato alla morte un nuovo significato: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).

La resurrezione non è collocata in un lontano ipotetico futuro, ma è presente, qui ed ora, perché è legata alla persona stessa di Gesù e al dono dello Spirito Santo: “Chiunque vive e crede in me non morirà mai” (Gv 11,26).

In tale dichiarazione Gesù non parla della vita biologica, ma di quella interiore, spirituale. A quanti lo seguono Gesù comunica il suo Spirito, la sua stessa vita, che essendo divina, non è minacciata dalla morte. Infatti, la morte non distrugge la vita, ma le permette di manifestarsi nel suo massimo grado, liberando tutte le energie non più rinchiuse nei limiti biologici dell'esistenza terrena. Attraverso l'immagine del chicco di grano (cfr. Gv 12,24-25), Gesù mostra che la morte non è che la condizione affinché si liberi tutta la forza vitale che l’essere umano possiede, tutte quelle potenzialità che nel breve arco della sua esistenza terrena, non ha potuto manifestare. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate... La morte non distrugge la persona umana bensì è un’esplosione di fecondità che la proietta nella sua esistenza definitiva e nella sua piena identità: “Ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). E noi, come quel discepolo, che lo riconosce sulla riva del lago di Tiberiade, esclamiamo: “è il Signore!” (Cfr. Gv 21,7). Andiamogli incontro e portiamo con noi i poveri, i diseredati, gli afflitti, gli esclusi… Stiamo svegli, usciamo dal torpore per vegliare nella notte, non restiamo storditi dalle guerre che sconvolgono il mondo, non lasciamoci trasportare dalla corrente di violenze e di ingiustizie… Leviamo il capo e andiamo avanti, incontro a Gesù Cristo, stiamo svegli, attenti alla sua voce che ci dice: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). "Gesù Cristo, il Figlio di Dio, viene a comunicarci la vita che egli stesso possiede: la vita divina.

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